Autoscatti sexy di una minorenne e una società oscena maggiorenne
di Nikola Duper
Anche se in questi tempi è molto facile scandalizzarsi, per un motivo o l’altro, oggi mi è balzato agli occhi un articolo intitolato: “Ragazzina vende autoscatti sexy per comprare abiti firmati”.
Nell’articolo c’è un sacerdote che, giustamente, osserva l’emergenza educativa e la banalizzazione del corpo, ma nella conclusione del testo si osserva l’inquietudine (non si capisce di chi) “per una mancata direttiva del ministero per i telefonini a scuola sempre più disattesa e inefficace”. Al di là della illogicità della frase (se la direttiva è mancata come fa essere efficace o inefficace?) mi pare che il giornalista, o chi per lui, non abbia colto il vero problema.
La ragazzina dovrà cambiare scuola e sarà seguita da una psicologa, dice l’articolo, e io mi chiedo che cosa le dirà la nuova preside e, soprattutto, la psicologa. Che l’efficace strumento della mercificazione del corpo femminile, soprattuto se nudo, è lecito finché fa parte di un modello di consumismo, ma lei non può usarlo fino al giorno in cui compierà la maggiore età? E’ questa la morale? O il problema è nella mancata direttiva ministeriale? Della serie: se la gente inizia a fare il harakiri con i coltelli da cucina aspetteremo una direttiva ministeriale ma non ci chiederemo della ragione del gesto.
In poche parole, la colpevole è la ragazzina o una società che ha trasmesso, volontariamente o meno, le scorciatoie ingannevoli per il profitto?
Insomma, senza voler giustificare la ragazzina, mi pare che l’ultima da incolpare sia lei. Prima di farle cambiare la scuola e di affidarla alla psicologa, credo che ci dovrebbero essere una lunga serie di provvedimenti a carico di molti maggiorenni. Ma si sa com’è, il nostro modello di “sviluppo” è vincente proprio perché non tiene conto di questi piccoli “effetti collaterali” e, soprattutto, perché non viene mai sanzionato.
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