Tutti a bordo del superjet nucleare! Solo non chiedeteci della pista d’atterraggio

Posted on July 26th, 2008 in Ambientalismo by Traduttore

Di Ulrich Beck

Fonte: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/jul/17/nuclearpower.climatechange

Ulrich Beck è professore di sociologia all'università Ludwig-Maximilian di Monaco e alla London School of Economics

Il cambiamento climatico e la crisi del petrolio vengono usati per presentarci l’energia atomica come panacea verde. Ma di fatto è un azzardo spericolato.

Stiamo assistendo all’inizio di una satira divertente e terrificante allo stesso tempo? L’argomento è nascondere i rischi dell’energia nucleare mettendo in risalto il catastrofico cambiamento climatico e la crisi del petrolio. Al G8 di Hokkaido la settimana scorsa il presidente statunitense George Bush rinnovò il suo appello per la costruzione di nuovi impianti nucleari. All’inizio di questa settimana Gordon Brown auspicò una “rinascita dell’energia nucleare” in una “economia post-petrolio”. È come se un mondo che desideri salvare il clima debba imparare ad apprezzare la bellezza dell’energia nucleare, o “energia verde”, come è stata ribattezzata da Ronald Pofalla, il segretario dell’unione cristiano democratica tedesca. Vista questa nuova svolta nella politica del linguaggio, dovremmo ricordarci di alcune cose:

Qualche anno fa il congresso USA istituì una commissione di esperti per sviluppare un linguaggio o un simbolo in grado di mettere in guardia contro il pericoli che le scorie nucleari statunitensi comporteranno nei prossimi 10.000 anni. Il problema da risolvere era questo: come devono essere concepiti i concetti e simboli per trasmettere questo messaggio alle future generazioni? La commissione comprendeva medici, antropologi, linguisti, neuroscienziati, psicologi, biologi molecolari, studiosi classici, artisti e così via.

Gli esperti cercarono modelli tra i simboli più antichi dell’umanità: la costruzione di Stonehenge e delle piramidi, la percezione storica di Omero e della Bibbia. Ma questi modelli risalgono solo a qualche migliaio di anni fa, non 10.000. Gli antropologi suggerirono il simbolo del teschio e le ossa incrociate. Uno storico però ricordò alla commissione che per gli alchimisti lo stesso simbolo significava la rinascita, e uno psicologo condusse un esperimento con dei bambini di tre anni: se questo simbolo veniva attaccato a una bottiglia, loro gridavano impauriti “veleno!”, mentre se veniva attaccato a un muro esclamavano entusiasti “pirati”!

Anche il linguaggio fallisce se si tratta di mettere in guardia le generazioni future dai pericoli che abbiamo introdotto in questo mondo con l’utilizzo dell’energia nucleare. Sotto questo aspetto, i soggetti che dovrebbero garantire la sicurezza e la razionalità (lo stato, la scienza e l’industria), sono coinvolti in un gioco estremamente ambiguo. Non sono più fiduciari, ma sospetti, non più gestori del rischio, ma fonti dello stesso rischio. Stanno spingendo la popolazione a entrare in un aeroplano per cui non è ancora stata costruita la pista di atterraggio.

La “preoccupazione esistenziale” in tutto il mondo ha portato a una corsa a minimizzare i rischi su vasta scala nelle discussioni politiche. I danni incalcolabili che il riscaldamento sta comportando e comporterà vengono “combattuti” con i danni incalcolabili derivanti dalle centrali nucleari. Molte decisioni riguardanti i rischi a larga scala non rappresentano una questione di scelta tra alternative sicure e rischiose, ma tra diverse alternative rischiose, e spesso tra alternative i cui rischi sono troppo diversi per poterli paragonare. Ma le forme esistenti di discorso scientifico e pubblico non vengono incontro a queste considerazioni. I governi adottano la strategia della semplificazione intenzionale. Presentano ogni decisione come una scelta tra alternative sicure e rischiose, mentre minimizzano sulle incertezze dell’energia nucleare e accentuano il discorso della crisi del petrolio e del cambiamento climatico.

La cosa che colpisce è la percezione culturale diversa del rischio. Più rischi globali sfuggono ai tradizionali metodi di calcolo scientifico, più diventa importante la percezione culturale di alcuni rischi specifici, o meglio, se ci si crede o no. Nel caso del nucleare, l’esperienza di Cernobyl viene vissuta in modo diverso da paesi come Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna e paesi come Ucraina e Russia. Per molti europei i pericoli del cambiamento climatico vengono percepiti in maniera molto più forte dell’energia nucleare o il terrorismo.

Ora che è stato riconosciuto che il cambiamento climatico è causato dall’uomo, e il suo impatto catastrofico è considerato inevitabile, si rimescolano le carte nella società e nella politica. Ma è completamente sbagliato spacciare il cambiamento climatico per un’inevitabile via verso la distruzione umana, poiché esso ci apre delle opportunità inaspettate di riscrivere le priorità e le regole della politica. Anche se l’aumento del prezzo del petrolio fa bene al clima, è accompagnato dalla minaccia di un declino di massa. L’esplosione dei costi dell’energia sta diminuendo lo standard di vita e sta aumentando il rischio di povertà nel cuore della società. Di conseguenza, la priorità a 20 anni da Cernobyl non è più la sicurezza, ma per quanto tempo i consumatori possono mantenere il proprio standard di vita di fronte alla continua crescita del prezzo dell’energia.

Tuttavia, il più potente opponente dell’energia nucleare è l’industria nucleare stessa.

Anche se i politici avessero successo nella trasformazione semantica che ribattezzano l’energia nucleare “energia verde”, e anche se i movimenti antinucleari sembrano protestare invano, la probabilità di incidenti aumenta con il numero di impianti nucleari “verdi”. Il rischio non è sinonimo di catastrofe. Il rischio è l’anticipazione della catastrofe, non solo in un determinato luogo, ma ovunque. Non deve nemmeno verificarsi un mini-Cernobyl in Europa: il pubblico globale deve solo avvertire un “errore umano” da qualche parte nel mondo, e improvvisamente i governi che hanno sostenuto l’energia nucleare si troveranno accusati di aver giocato a un gioco d’azzardo spericolato contro il proprio buonsenso, e contro gli interessi di sicurezza della popolazione.

Consideriamo il seguente esperimento: cosa succederebbe se la radioattività causasse prurito? I realisti, noti anche come cinici, risponderanno: la gente inventerebbe qualcosa, un unguento, per “sedare” il prurito. Un business remunerativo con un ottimo futuro. Ovviamente si troverebbero subito delle giustificazioni convincenti, per spiegare che il prurito non è importante e potrebbe dipendere da altri fattori. Probabilmente questi tentativi di spiegazioni non sopravvivrebbero se ognuno andasse in giro con eruzioni cutanee, grattandosi. Allora i modi sociali e politici di gestire i rischi moderni su larga scala dovrebbero affrontare delle situazioni completamente diverse, perché l’argomento sarebbe culturalmente visibile.

Ulrich Beck è professore di sociologia all’università Ludwig-Maximilian di Monaco e alla London School of Economics

Post a comment

You must be logged in to post a comment.